PATENTE SOSPESA PER FUMO PASSIVO DI CANNABIS, LA SENTENZA CHE FA DISCUTERE

A CURA DELL'AVV. MICHELEALFREDO CHIARIELLO
TAGS: #FumoPassivoCannabis #PatenteSospesa #THCAllaGuida #TARVeneto #DirittoAmministrativo
INDICE
1️⃣INTRODUZIONE
2️⃣ LA GIUSTIFICAZIONE

1️⃣ Il caso nasce da una patente sospesa per positività alla cannabis
Un conducente, già sottoposto a controlli sanitari periodici, risulta positivo al THC e la Motorizzazione dispone la sospensione della patente sulla base del giudizio della Commissione Medica Locale.
2️⃣ La difesa invoca il fumo passivo
Il ricorrente sostiene di non aver consumato cannabis direttamente, ma di essere stato esposto al fumo passivo di persone che la stavano fumando. Una giustificazione scientificamente possibile, ma non sufficiente a escludere ogni rischio secondo il TAR.
3️⃣ Per il TAR conta anche l'ambiente frequentato
Il TAR Veneto ritiene legittima la sospensione: anche la frequentazione di soggetti che consumano cannabis può rilevare nel giudizio amministrativo sull'idoneità alla guida, perché può indicare un rischio di recidiva o di ricaduta nel consumo
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1️⃣ IL FATTO
Può bastare anche il
solo fumo passivo di cannabis per perdere la patente?
Secondo il TAR Veneto, con la sentenza n. 36/2026, la risposta
può essere sì.-
La vicenda riguarda un soggetto già in passato coinvolto in problematiche legate alla guida e all'assunzione di sostanze stupefacenti. Proprio per questo, era stato sottoposto a un percorso di accertamenti sanitari periodici dinanzi alla Commissione Medica Locale.-
Gli esami eseguiti avevano dato esito positivo al consumo di cannabis. La Commissione Medica Locale aveva quindi trasmesso il proprio giudizio alla Motorizzazione Civile, che aveva disposto la sospensione della patente.-
Fin qui, potrebbe sembrare una delle tante vicende amministrative legate alla guida e all'uso di sostanza.-
Ma il caso diventa davvero interessante per la giustificazione offerta dal conducente.
2️⃣ LA GIUSTIFICAZIONE
Nel ricorso presentato contro il provvedimento di sospensione, la motivazione è semplice, diretta, quasi istintiva:
"Non ho fumato io. Ero con persone che fumavano cannabis.
È stato fumo passivo."
Una giustificazione che può sembrare curiosa, ma che sul piano scientifico non può essere liquidata con superficialità. L'Istituto Superiore di Sanità, infatti, ricorda che alcuni studi hanno dimostrato la possibilità di risultati positivi al THC anche in persone che non hanno fumato direttamente cannabis, ma a causa dell'esposizione al fumo passivo della stessa.-
Il TAR, però, valorizza proprio quel dato in senso opposto.-
Secondo i giudici, la frequentazione di soggetti dediti al consumo di cannabinoidi può assumere rilievo nel giudizio sul rischio di recidiva e, quindi, sull'idoneità alla guida.-
Attenzione, però: la mera positività non può trasformarsi automaticamente in una condanna. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 10/2026, ha chiarito che l'art. 187 del Codice della strada deve essere interpretato in modo restrittivo: la rilevanza penale riguarda i casi in cui la guida avvenga in un arco temporale nel quale sia ragionevole presumere che la sostanza sia ancora capace di incidere sulle condizioni psicofisiche del conducente e di creare un pericolo per la circolazione.
Qui, però, non siamo soltanto sul terreno penale. Siamo sul piano dell'idoneità amministrativa alla guida, dove la valutazione della Commissione Medica può essere più ampia, prudenziale e prognostica.-
La sentenza lo dice chiaramente:
"Anche un uso occasionale e limitato di sostanza stupefacente è incompatibile con l'idoneità alla guida. Parimenti, la frequentazione di soggetti dediti al consumo di cannabinoidi è un fattore rilevante nel giudizio in ordine al rischio di recidiva da parte dell'interessato.".-
Insomma, per il TAR, la decisione della Commissione Medica è legittima perché anche il solo fatto di trovarsi abitualmente in compagnia di chi consuma cannabis può dimostrare la permanenza di un rischio di ricaduta nel consumo attivo della sostanza stupefacente.-
Perché il fumo passivo si colloca in una zona grigia: da un lato può spiegare la presenza di tracce nell'organismo; dall'altro, però, non cancella il dato più scomodo, cioè la permanenza del soggetto in un ambiente nel quale la cannabis veniva effettivamente consumata.-

